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C’era una volta nel bosco

C’è un autore che compare praticamente in tutti i manuali di letteratura per l’infanzia: da Faeti a Silvia Blezza Picherle, da Paola Vassalli fino a Castagnoli. È uno di quei nomi che, se si studia davvero questo ambito, prima o poi si incontra inevitabilmente: Anthony Browne.

È anche uno degli autori più affascinanti e complessi che io abbia mai letto.

Eppure, con tutta sincerità, è anche uno di quelli che sento di conoscere meno, nonostante gli studi, le riletture e la teoria che continuo a leggere su di lui. Ogni volta ho l’impressione che mi sfugga qualcosa. Come se sotto ogni pagina ci fosse un ulteriore livello di significato che riesco solo a intravedere.

Libri come Gorilla o Il tunnel mi hanno sempre lasciato addosso una sottile inquietudine. È successo anche con questa nuova pubblicazione di Donzelli, C’era una volta nel bosco.

Eppure, se amate davvero la letteratura per l’infanzia, credo che nella vostra biblioteca dovrebbe esserci almeno un libro di Anthony Browne. Oggi vi racconto proprio questo.

A una prima lettura la trama sembra molto semplice.

Un gruppo di bambini scopre una casa nel bosco e, “strillando e ridendo, ridendo e strillando”, decide di fare scherzi a chi ci abita. Uno di loro, influenzato dalle parole del padre, immagina che dentro viva una strega che mangia i bambini. Cerca di convincere gli altri a spaventarla, ma nessuno lo segue.

Quella notte, però, attraversando il bosco da solo, è lui ad avere paura. Vorrebbe soltanto tornare a casa. Finché non incontra il lupo.

Si salverà?

Sì. E sarà proprio quella che lui aveva etichettato come “strega” a salvarlo. Una dolcissima vecchina che lo accoglie, lo nutre, gli racconta storie meravigliose e infine lo riporta a casa. Da quel momento il bambino, insieme a Finn e Thomas, deciderà di andarla a trovare tutte le settimane.

A questo punto sembrerebbe che il messaggio sia evidente: le apparenze ingannano.

Ma Anthony Browne non scrive mai libri che si esauriscono in un messaggio.

La sua scrittura e le sue illustrazioni lavorano molto più in profondità.

Basta osservare il bosco, inizialmente quasi interamente in bianco e nero, come se fosse ancora uno spazio indefinito della mente. Basta soffermarsi sul lupo, sulla scimmia che compare quasi silenziosamente in alcune tavole, o chiedersi perché, in determinati momenti, i volti dei bambini e della vecchina assumano tratti da scimpanzé.

Ogni dettaglio sembra anticipare qualcosa, aprire nuove domande, suggerire interpretazioni diverse.

Anche la scelta delle parole non è casuale.

L’incipit è magnifico:

“C’era una volta, quando i lupi vagavano liberi sulla Terra…”

Una frase che ritorna più avanti, dopo lo scontro con il lupo:

“L’animale scappò via gemendo e mugolando, e non si vide mai più né in questa né in nessun’altra storia.”

È un passaggio potentissimo, che sembra dialogare con tutta la tradizione delle fiabe.

E poi ci sono i risguardi, che in Browne non sono mai semplici elementi decorativi. Raccontano, anticipano, accompagnano il lettore dentro la storia e, nel finale, sembrano riportarcelo ancora una volta, lasciandoci con un dubbio: siamo davvero usciti dal bosco?

È proprio questo che rende Anthony Browne uno degli autori più importanti della letteratura per l’infanzia.

Ogni libro contiene molti più significati di quelli che sembrano emergere alla prima lettura. Le inferenze sono continue, le domande restano aperte e il lettore è costretto a partecipare, a interpretare, a costruire senso.

Per questo lo consiglio.

Non tanto perché insegni che “non bisogna fermarsi alle apparenze”, quanto perché mostra cosa possa essere davvero la grande letteratura: quella che non offre risposte definitive, ma continua a lavorare dentro di noi anche dopo aver chiuso il libro.

E, conoscendo Anthony Browne, direi che questo è persino uno dei suoi finali meno inquietanti. Forse proprio per questo potrebbe essere il libro giusto da cui iniziare a conoscere uno degli autori più straordinari e misteriosi degli ultimi cinquant’anni.

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