L’altro giorno sono entrata in classe con un’idea precisa: introdurre il senso dell’udito. Avrei potuto scegliere un classico libro divulgativo, di quelli che spiegano come funziona l’orecchio, i timpani, le vibrazioni… e invece ho fatto una cosa che mi somiglia di più: ho portato una storia.
Il libro si intitola L’Orecchio, di Piret Raud, pubblicato da uovonero in occasione della Giornata Mondiale dell’Ascolto, il 21 ottobre. L’ho mostrato alla classe senza dire niente, tenendo solo la copertina bene in vista. I bambini l’hanno osservata in silenzio, con quella concentrazione piena che hanno quando sentono che qualcosa li riguarda. E quasi subito è arrivata la domanda che aspettavo: «Maestra… perché l’orecchio è così lontano dalla testa? Dov’è finita?».
Io, lo ammetto, pensavo di cavarmela in modo semplice: usare l’albo come piccolo aggancio narrativo e poi passare a spiegare “davvero” l’udito. Invece, come spesso succede quando si consegna una storia ai bambini, il libro ha restituito molto di più di quello che avevo immaginato.
La storia comincia con una perdita:
«Svegliandosi una mattina, l’Orecchio si accorse di essere rimasto solo.
La testa con cui aveva vissuto per tutta la vita non c’era più.
Era scomparsa.»
L’Orecchio è smarrito, ha «completamente perso la testa». E si chiede, giustamente, che senso possa avere un orecchio senza testa. Così inizia un viaggio alla ricerca di un nuovo posto nel mondo, e forse anche di un nuovo modo di essere se stesso. Lungo il cammino incontra una rana dalla voce rauca e sgraziata, ma con un grande desiderio: cantare per qualcuno. È proprio in quel momento che l’Orecchio scopre di avere un dono speciale: sa ascoltare davvero. Ascoltare, nel senso più profondo, diventa il suo modo di prendersi cura degli altri e, piano piano, anche di sé.
Da quel giorno una lunga fila di creature buffe e malinconiche – un elefante nostalgico, una lepre golosa, e molti altri – inizia a cercarlo per confidarsi con lui, il “miglior ascoltatore di tutto il regno”. Le tavole di Raud, con il loro tratto pulito e poetico, costruiscono un mondo geometrico, un po’ folle e un po’ sognante: animali stralunati, paesaggi essenziali, dettagli surreali che strappano un sorriso ma invitano anche a fermarsi, osservare, riflettere. Nel libro si avvertono echi di Vincent Van Gogh – il celebre artista che, in un impeto di rabbia e dolore, tagliò il proprio orecchio – e quel frammento diventa qui ispirazione e simbolo: un pezzo di sé che vaga, cercando il proprio posto nel mondo. L’Orecchio che se ne va in giro solo fa quasi eco anche al Naso di Gogol’, un altro protagonista smarrito e surreale in cerca della propria identità, in quel confine sottile dove realtà e assurdo si intrecciano con grazia.
Durante la lettura, però, c’è stato un momento in particolare in cui la storia è entrata davvero in classe. È quando l’Orecchio viene intrappolato dalle parole cattive prodotte dalla ragnatela velenosa del ragno. Le parole, di colpo, non sono più solo suoni: diventano una prigione appiccicosa, qualcosa che stringe e fa male. In quel punto, tra i banchi, si è creato un silenzio diverso dagli altri, un silenzio pieno: nessuno parlava, nessuno si muoveva, sembrava quasi che la classe trattenesse il respiro. Ho alzato gli occhi dal libro e li ho visti fissi sulle illustrazioni, come se ognuno stesse cercando qualcosa di suo in quelle pagine.
Alla fine, mentre rivedevamo insieme le immagini, un bambino ha detto piano: «Anche io sto male quando sento delle cose». Da lì si è aperto un piccolo varco. Abbiamo deciso di dirle, queste “cose”. C’è chi ha raccontato che sta male quando un adulto lo sgrida, chi si spaventa quando un grande dice parolacce, chi soffre quando i genitori litigano, chi ancora si sente ferito quando qualcuno dice a un altro qualcosa di brutto su di lui e poi la cosa gli arriva alle orecchie. I bambini sono piccoli, lo dico spesso, ma riconoscono gli attimi di verità. E quello lo era. È stato bello e arricchente ascoltarli, lasciar emergere paure e pensieri che di solito restano incastrati tra pancia e gola.
Alla fine ho raccolto io, su un foglio, tutte le loro frasi: le parole che fanno male, quelle che fanno paura, quelle che si incollano addosso e non vanno più via. A loro ho lasciato un altro compito: scegliere la parte del libro che avevano sentito “più loro” e disegnarla nel quaderno, la scena che li aveva colpiti di più. Mi ha stupito quanto queste illustrazioni, per niente smielate e molto lontane dall’estetica a cui sono abituati, soprattutto in prima, li abbiano conquistati. Proprio la loro essenzialità, le forme insolite, le atmosfere sospese hanno funzionato come uno specchio obliquo, in cui si sono riconosciuti senza che nulla fosse spiegato in modo didascalico.
L’Orecchio è un albo narrativo, ma lavora sul senso dell’udito con una profondità che molti libri divulgativi non raggiungono. Non spiega come sentiamo, ma cosa succede dentro quando sentiamo. Non parla solo di orecchie, ma di parole, di relazioni, di rispetto, di cura. Per questo ho deciso che questo percorso entrerà nella parte finale del mio corso sui libri divulgativi che terrò nel 2026: perché per capire davvero un senso, un’emozione o un tema complesso, a volte, abbiamo bisogno prima di tutto di una storia che ci metta in ascolto di noi stessi. E L’Orecchio di Piret Raud, in questo, è diventato un compagno di strada prezioso, per me e per i bambini.







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