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Emozioni Imparare Io e te

Mumin e il cappello del Gran Bau

Ci sono libri che si aprono e, già dalle prime pagine, ti fanno capire che lì dentro c’è qualcosa di speciale.

Mumin e il cappello del Gran Bau è uno di questi.
Prima ancora che la storia inizi davvero, troviamo una cartina della Valle dei Mumin, la Montagna Incantata e una breve presentazione dei personaggi. Poi arriva una descrizione.

E io mi sono fermata.

Perché quanti albi oggi si concedono davvero il tempo di cominciare descrivendo? Pochissimi. Qui invece ci viene chiesto di entrare piano, di orientarci, di guardare. E forse già questo racconta qualcosa della grandezza dell’universo creato da Tove Jansson.

La storia poi parte e diventa subito sorprendente: dopo una tempesta Mumin trova un cappello a cilindro che trasforma tutto ciò che vi finisce dentro. I gusci d’uovo diventano nuvolette volanti, un fiore genera una giungla e presto si scopre che quel cappello appartiene al Gran Bau.

È una storia fantastica, strana e nello stesso tempo dolcissima.

Quello che continua a colpirmi del mondo dei Mumin è la quantità di immaginazione che riesce a contenere. Anche nello spazio breve di un albo, tutto appare pieno e vivo.
E poi ci sono i personaggi, mai davvero riducibili a “buoni” e “cattivi”. Anche chi fa paura può aiutare, anche chi sembra minaccioso può avere dietro una fatica, un desiderio, una mancanza.

Alla fine, però, una certezza c’è: nella Valle dei Mumin arriva sempre una festa.
Si mangia, si beve, ci si ritrova insieme. E poi, con quel pizzico di nostalgia tipico di queste storie, ci si saluta.
Forse è proprio questo equilibrio tra paura e sicurezza, assurdo e quotidiano, leggerezza e malinconia a rendere ancora oggi i Mumin così potenti.

Questi piccoli troll hanno ottant’anni e hanno ancora moltissimo da dirci.

E soprattutto ci ricordano quanto bisogno abbiamo di storie vere: scritte bene, capaci di prendersi il loro tempo, di non spiegare tutto e di avere fiducia nei bambini e nella loro immaginazione.


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