Conoscete Samy Ramos? La prima cosa che mi colpisce dei suoi libri è il formato: stretti, verticali o orizzontali, quasi alla portata di una mano bambina. In Ci sono giorni, pubblicato da Corraini, questa essenzialità ritorna nei pochi colori e nelle forme semplici. Sotto il testo italiano troviamo quello inglese, in bianco, presente senza imporsi: mi piace leggerci un’apertura verso più bambini, verso altre possibilità d’incontro.
L’albo comincia dal sole che sorge ogni mattina, poi arrivano i giorni della settimana, ciascuno con il proprio nome. Noi maestre conosciamo bene questo punto di partenza: il tempo ha una scansione, i giorni una successione. Ma i bambini noteranno subito qualcosa: quei piccoli volti gialli hanno espressioni diverse. Perché i giorni si possono contare, certo, ma non sono mai tutti uguali. Pur avendo la stessa durata, alcuni sembrano interminabili, altri trascorrono in un soffio.
Ci sono giorni lenti, ingarbugliati, ingombranti, giorni che volano. E le immagini non si limitano ad accompagnare le parole: il giorno ingombrante occupa quasi tutta la doppia pagina; quello che vola è un palloncino che sta già scomparendo oltre il margine. Dal tempo che misuriamo passiamo al tempo che viviamo.
Ma fermarsi alle emozioni sarebbe riduttivo. Le aperture nere scandiscono il percorso come piccoli capitoli e, con leggerezza, ci accompagnano verso pensieri più grandi. Il tempo passa e non torna: un uovo rotto rende concreta questa irreversibilità. Quello che è stato, è stato. Eppure, attraverso giorni ed esperienze diverse, continuiamo a essere noi.
«Come sarà domani?» È la domanda che riapre il libro invece di chiuderlo: un altro giorno ci aspetta, ma ancora non sappiamo quale faccia avrà. Anche la nota finale tra Italia e Colombia suggerisce un’altra possibilità: interrogarsi sul tempo osservandolo da luoghi diversi.
È questo che mi piace: non il classico libro sul tempo, ma un albo capace di aprire strade verso il calendario, l’inglese, i fusi orari, la differenza tra durata misurata e percepita. Anche in classe potrebbe nascere una domanda: «Che faccia avrebbe il tuo giorno, oggi?». Potremmo provare a disegnarla, magari scoprendo che una sola espressione non basta.
Senza dover trasformare subito tutto in un’attività: a volte è sufficiente lasciare spazio a una domanda e ascoltare dove ci porteranno i bambini.











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