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Voce del verbo

Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, quasi silenziosamente, provano a modificare il nostro modo di guardare le cose. Il nuovo lavoro di Carolina Zanier appartiene, secondo me, a questa seconda categoria.

L’ho incontrato alla fine di un’estate attraversata da notizie difficili: guerre, omicidi, violenze che sono entrati con prepotenza nelle nostre giornate e nel nostro linguaggio. E forse proprio per questo mi ha colpita ancora di più la scelta dell’autrice di partire non da grandi discorsi, ma da qualcosa di piccolissimo e potentissimo: le parole.

Ad aprire il libro è una frase di Bergoglio: «Dobbiamo disarmare le parole per disarmare le menti e disarmare la Terra». Ed è quasi la dichiarazione d’intenti di ciò che accadrà nelle pagine successive.

Zanier prende infatti alcuni verbi che siamo abituati ad associare alla violenza — colpire, affondare, bombardare, catturare, armare… — e compie su di essi un’operazione tanto semplice quanto sorprendente: ci costringe a guardarli di nuovo.

E se “colpire” potesse condurci altrove?
Se “catturare” non significasse necessariamente imprigionare?
Se una parola che credevamo di conoscere contenesse ancora una possibilità inattesa?

È qui che, a mio avviso, emerge con forza lo sguardo di Zanier, atelierista ed educatrice. Non ci consegna un vocabolario di parole “buone” da contrapporre a quelle “cattive”. Sarebbe certamente più semplice, ma anche molto meno interessante. Ci invita invece a trasformare il pensiero.

Anche la scelta di sfogliare il libro verticalmente contribuisce a rompere l’automatismo: il lettore deve cambiare gesto, posizione, prospettiva. E mi sembra che proprio questo movimento racconti bene ciò che accade anche sul piano del significato.

Per questo lo trovo particolarmente interessante da portare a scuola all’inizio dell’anno. Non tanto per costruirci immediatamente sopra un’attività, quanto per leggerlo, lasciarlo agire e ascoltare ciò che accade nei bambini.

Solo dopo potrebbe nascere un gioco bellissimo: raccogliere altre parole apparentemente inchiodate a un unico significato e provare insieme a liberarle. Non per trovare la risposta giusta, ma per esercitare quella capacità, profondamente infantile, di immaginare ciò che ancora non c’è.

Forse è anche questo che può fare la buona letteratura quando incontra l’educazione: non dirci semplicemente quale mondo desiderare, ma renderci un po’ più capaci di pensarlo.


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