Quanto ha ancora da insegnarci il passato?
Ci sono libri che arrivano dal passato e sembrano parlarci con una voce sorprendentemente attuale. Sono storie capaci di attraversare il tempo senza perdere la propria forza, perché non nascono per trasmettere una lezione, ma per raccontare davvero qualcosa.
È proprio questo che oggi rischiamo di incontrare sempre meno: narrazioni autentiche, capaci di accogliere il bambino e permettergli di immergersi completamente in un mondo, in una vicenda, nella vita di un personaggio.
Da osservatrice e studiosa di letteratura per l’infanzia, che ogni settimana riceve e legge decine di novità editoriali, mi capita sempre più spesso di incontrare libri che devono necessariamente servire a qualcosa. Racconti costruiti intorno a un obiettivo, a un messaggio educativo da trasmettere, a un comportamento da insegnare. Come se una storia, per meritare di essere raccontata, dovesse prima dimostrare la propria utilità.
Ecco, Il dono speciale di Willie, scritto e illustrato da Norman Rockwell e riportato per la prima volta in Italia da Storiedichi Edizioni, torna a offrirci prima di tutto una storia. E che storia!
È la storia di Willie, un tordo dei boschi che si sente diverso dagli altri. È goffo, cammina con i piedi a papera, non sembra corrispondere a ciò che ci si aspetta da un uccello della sua specie. Eppure Willie è orgoglioso di essere un tordo dei boschi. Semplicemente, vorrebbe anche essere sé stesso.
È poi la storia di un incontro, quello con Miss Polly, una donna colta, anticonvenzionale, appassionata di musica, che attraverso il suono del suo flauto permette a Willie di scoprire qualcosa che fino ad allora non conosceva di sé: il suo canto, così particolare, così diverso, è un dono straordinario.
E da quel momento la vita di Willie prende una direzione inaspettata. Il suo talento viene riconosciuto, celebrato, portato all’attenzione degli esperti. Willie diventa qualcuno. Ma è proprio quando il mondo sembra finalmente accorgersi di lui che il piccolo tordo comincia a comprendere che essere ammirati non significa necessariamente essere felici.
Ed è questo uno degli aspetti che più mi hanno colpita.
Viviamo in un momento storico in cui tutti sembrano dover essere straordinari. Tutti sembrano avere qualcosa da dimostrare, un talento da esibire, un traguardo da raggiungere. Pensiamo anche soltanto a quante madri perfette, insegnanti impeccabili, esperte infallibili incontriamo, o crediamo di incontrare, ogni giorno qui sui social.
Willie, invece, possiede davvero un dono straordinario. Ma non desidera necessariamente diventare straordinario agli occhi degli altri.
Non gli interessa emergere a tutti i costi, primeggiare, diventare famoso. Quel dono vuole anzitutto viverlo. Vuole cantare perché cantare lo rende felice, perché attraverso quel canto può esprimere qualcosa di sé. Non perché qualcuno debba applaudirlo.
E tutto questo Rockwell ce lo racconta senza spiegazioni, senza prediche, senza bisogno di dichiarare quale sia il messaggio della storia. Ce lo mostra attraverso le vicende di un piccolo tordo. Ed è proprio qui, secondo me, che si riconosce la forza della letteratura.
Ma c’è un’altra ragione per cui questo libro è tanto prezioso: le illustrazioni.
Norman Rockwell è stato uno dei più grandi narratori per immagini del Novecento americano. Celebre soprattutto per le sue copertine del Saturday Evening Post, ha saputo trasformare gesti quotidiani, espressioni e piccoli dettagli apparentemente insignificanti in racconti di straordinaria umanità.
Le sue immagini sono realistiche, minuziose, profondamente cinematografiche. Ogni personaggio sembra colto nel mezzo di una scena, ogni espressione suggerisce un pensiero, ogni dettaglio contribuisce alla narrazione. Non stupisce che un regista come Steven Spielberg sia un appassionato collezionista delle sue opere.
E in Willie ritroviamo tutto questo: l’attenzione quasi maniacale ai particolari, la capacità di caratterizzare i personaggi, l’umorismo sottile che attraversa le scene e quel realismo capace di rendere credibile persino la storia di un uccellino che canta accompagnato da un flauto.
C’è poi un aspetto ancora più affascinante. Alcuni hanno riconosciuto in Willie qualcosa dello stesso Rockwell, nella sua figura goffa e nel suo aspetto un po’ buffo. Sappiamo che la moglie dell’artista, Molly, posò come modello per Miss Polly e che Rockwell si divertì a inserire sé stesso tra i personaggi raffigurati.
Quasi che questa storia custodisse anche qualcosa della sua vita, delle persone amate, del suo modo di guardare il mondo.
Le note editoriali che accompagnano il volume raccontano la storia del suo recupero e permettono di scoprire quanto lavoro e quanta attenzione ci siano dietro questa pubblicazione, presentata nella splendida traduzione di Chiara Carminati.
Un libro bellissimo, che va ad arricchire Radici, la collana di Storiedichi Edizioni dedicata ai classici da riscoprire, alla quale sono particolarmente legata e di cui ho avuto il piacere di recensire tutte e tre le pubblicazioni.
E allora torno alla domanda iniziale: quanto ha ancora da insegnarci il passato?
Forse dietro questo desiderio di recuperare i classici si nasconde qualcosa che abbiamo ancora tutti bisogno di riscoprire. Il piacere di una storia che non deve insegnare nulla prima ancora di essere raccontata. La libertà di non dover dimostrare continuamente il proprio valore. La possibilità di possedere un dono eccezionale senza cercare necessariamente la ribalta.
O forse, semplicemente, il valore di un’opera d’arte che continua a parlare a chi la incontra, anche a distanza di tanti anni.
Lascio a voi scoprirlo.
Per me, un libro assolutamente da avere.







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